341

Decimo dono: dirmi il sacrificale da fare.
Venga il mio sacrificale fisico.
Terza richiesta: il secondo bene che mi vuol fare: ogni
comunione frangibile mi rimanda alla infrangibile. Mi sollecita
il dolore pneumatico. Me lo suscita non per comunione
infranta, ma trasformata in morte. Mi fa richiesta di un
dolore pneumatico almeno alla pari con quello morale.

Pneumatica magia quella del visuato Paterno, che tocca il
vecchio fideato e tutto lo rinnova. Tocca la preghiera del
dire egoisticale, ed ecco uscir fuori la preghiera del fare
sacrificale. Ci si accosta pregandolo.
Quando pregate, voi dite: Padre nostro che sei nei cieli.
Preghiera sacrificale da dire e da fare. Bene appellato e
collocato. Bene augurato e perorato: venga il tuo Regno

sacrificale: temporale e eternale.
Col tuo il nostro: il cosmico, il bellico, l’inimicale, il fisico:
venga il nostro sacrificale fisico. Deriva dalla forma
potenziale della vita.
Effettivamente ad essa unito, affettivamente stralciato da
essa. Possibile la riappacificazione mediante l’amore
sacrificale che attingiamo dal visuato Paterno pronto a
rispondere a queste richieste:
1) Cosa mi vuoi dire
2) Cosa mi vuoi fare.
3) Quanto mi vieni a costare.
Dolore fisico e morale sono il suo costo. Il morale me lo
prepara il mio vivere egoisticale. La mia egoisticità vuole
comunione sempre con me stesso (meitaria); talora sugli
altri (autoritaria); di frequente con gli altri (paritaria).
Comunione colpita, dolore morale in sortita. Non è punitivo,
ma beneficale. Il primo bene che mi fa: mi dà la misura
esatta del grado di comunione egoisticale realizzata.
Ora, un secondo bene: grande diversità nel dolore morale
per la diversità di comunione infranta.
a) Se la comunione è utile, il dolore è contenuto.
b) Se la comunione è necessaria, il dolore si fa pungente.
c) Se la comunione è indispensabile, il dolore sarà esasperato.
(Sintesi del secondo bene: mi è rimando alla infrangibile.
Mi sollecita. Mi suscita, me lo fa pareggiare almeno)
Non c’è una sola creatura indispensabile. Lo si vuol dire
di una madre per il bambino. Ce le fa sentire tale la comunione
egoisticale che si costruisce una comunione vitale.
La comunione egoisticale me la fa sentire tale.
Lo diciamo anche noi, ma non da convinti: ‘Al mondo non
c’è nessuno di più indispensabile’; eppure una madre va
convinta che il figlio è indispensabile alla sua comunione
egoisticale. Qualsiasi comunione creaturale (non genuina)
è un puro surrogato di quell’altra comunione che è assolutamente
essenziale: la comunione col Creatore (unica
genuina). Tutte frangibili nel tempo; una sola infrangibile
nell’eterno. Il dolore morale vuole il rimando alla comunione
con Dio (infranta); ma senza luce visuata me la fa
addirittura scartare.
*) Il dolore morale vuol gridare al dolore pneumatico. Ci
facciamo male sì o no a far comunione con le creature
adoperando l’amore egoisticale? Se l’umana infranta mi
dà tanto dolore, quanto più me ne dovrebbe dare la morte
dell’amore realizzata: dolore pneumatico.
*) Me lo vuole suscitare il dolore pneumatico; non per la
eliminazione della divina, ma per la sua trasformazione in
morte comunionale.
È proprio l’umana egoisticale a volgere in morte la divina.
Il morale è istintivo, lo pneumatico è razionale: di qui la
difficoltà a conseguirlo.
*) Mi indica la misura almeno paritaria del dolore pneumatico.
Chi può misurare il dolore egoisticale di una
madre che perde il suo bambino in tenera età? Chi mai
potrà misurare il dolore morale eternale per una comunione
di vita eternale realizzata in comunione di morte eternale?
Tutto il dolore morale egoisticale lancia un grido
altissimo di lamento: perché non sono riuscito e non riesco
a suscitare il dolore pneumatico per una comunione
che volge alla morte?

342

Decimo dono: dirmi il sacrificale da fare.
Venga il mio sacrificale fisico.
Terza richiesta: il suo costo: dolore morale.
Terzo beneficio: il dolore morale mi dà una pallida idea del
possibile eternale straziante dolore pneumatico qualora
non ci si arrivi al presente con la guida del dolore morale.
Segno profeticale. Ci fa intravedere la realtà della terribile
eterna morte dell’amore. Non separazione da Dio.

Pneumatica magia quella del visuato Paterno, che tocca il
vecchio fideato e tutto lo rinnova. Tocca la preghiera del
dire egoisticale, ed ecco uscir fuori la preghiera del fare
sacrificale. Ci si accosta pregandolo. Quando pregate, voi
dite: Padre nostro che sei nei cieli. Preghiera sacrificale da
dire e da fare. Bene appellato e collocato. Bene augurato e
perorato: venga il tuo Regno sacrificale: temporale e eternale.
Col tuo il nostro: il cosmico, il bellico, l’inimicale, il
fisico: venga il nostro sacrificale fisico.
Lo ha collocato nella forma potenziale data alla vita, ad
essa effettivamente unito, da Satana smembrato, da ricomporre
con l’amore sacrificale che vorremmo recuperare
con la risposta a quattro questiti: ‘Sacrificale fisico: cosa
mi vuoi dire, cosa mi vuoi fare, quanto mi vieni a costare’.
Dolore fisico e dolore morale sono il suo costo.
Il dolore morale me lo preparo al mio vivere egoisticale.
L’egoisticità è comunionale: sempre con me stesso (meitaria),
talora sugli altri (autoritaria), di frequente con gli
altri (paritaria). A ogni colpo subìto dalla comunione, il
dolore morale fa la sua sortita. Non è punitivo, ma beneficale.
Un primo bene: mi dà la misura esatta del grado di
comunione egoisticale realizzato. Un secondo bene: il
dolore morale per la comunione infranta mi rimanda alla
comunione infrangibile con Dio Padre. Mi sollecita il suo
dolore per il male che mi sono fatto all’amore. Me lo
suscita per la sua trasformazione in comunione di morte.
Mi sospinge almeno a una parità fra dolore morale e dolore
pneumatico.
Un terzo bene: il dolore morale (ti vuol parlare di un possibile
eternale struggente strazio pneumatico) è un segno
profeticale di primissimo ordine. Importante farlo parlare
rettamente.
Il dolore morale è sempre di natura spirituale, in quanto
proviene da comunione egoisticale infranta. E per costruire
una tale comunione io impiego lo spirito di amore
Paterno che Satana mi ha egoisticizzato. Ha anche una
componente sensibile la quale è sempre presente nella
costruzione egoisticale. La comunione con Dio è puramente
spirituale, ma con la creatura sensibile ha sempre
una componente sensibile; di qui il pianto e il dolore
morale in parte spirituale e in parte sensibile, ancor più la
comunione trasformata in morte dovrebbe darmi dolore
pneumatico. Di qua: il dolore pneumatico per il male che
mi faccio all’amore è beneficale al sommo, me lo fa solubile,
ma se uno non ci arriva, va ammassandolo.
Il male in tale gradazione da provocare nel sentire spirituale
uno scoppio disastroso nell’atto in cui si perde la propria
sensibilità col sacrificale fisico finale, con la morte fisica.
Leggiamo profeticamente i tragici fatti di cronaca: suicidi
vari,... I commenti: ‘Stanchi del troppo buon tempo. Il
troppo buon tempo rompe l’osso del collo’. Superficiale
commento. La comunione meitaria li lancia sulla superstrada
della grandezza davanti agli altri, della potenza
sugli altri e della felicità in se stessi. Toccati i limiti estremi
di quella comunione, ecco il colpo fatale che la polverizza.
Il dolore morale è tale che la vita talora è ustionata,
talaltra è polverizzata. Un dolore morale non portabile ti
schiaccia. È un anticipo parziale di un possibile dolore
pneumatico che mancato di qua, ti schiaccia di là senza la
possibilità di farla finita. È l’eterna morte dell’amore, è
l’inferno eterno che non è perdita di Dio come il fideato ci
ha sempre detto e che ripetiamo a vuoto, ma è l’eterna
comunione con la morte dell’amore Paterno. Dolore
morale è pallida idea della tragedia eternale infernale.

343

Decimo dono: dirmi il sacrificale da fare.
Venga il mio sacrificale fisico.
Terza richiesta: il suo costo: dolore morale.
Quarto beneficio: il dolore pneumatico, per la guida del
dolore morale, mi fa solubile il male fatto all’amore. Col
fisico, il morale mi scioglie il male: morte viva dell’amore.
È il solvente. È il mio sacerdozio personale. Miracolo
fatto da chi lo tratta con devoto silenzioso amore sacrificale.
Funzione di Purgatorio.

Pneumatica magia quella del visuato Paterno, che tocca il
vecchio fideato e tutto lo rinnova. Tocca la preghiera del
dire egoisticale, ed ecco uscir fuori la preghiera del fare
sacrificale. Ci si accosta pregandolo. Quando pregate, voi
dite: Padre nostro che sei nei cieli. Preghiera sacrificale da
dire e da fare. Bene appellato e collocato. Bene augurato e
perorato: venga il tuo Regno sacrificale: temporale e eternale.
Col tuo il nostro: il cosmico, il bellico, l’inimicale, il
fisico: venga il nostro sacrificale fisico. Deriva dalla
forma potenziale della vita. Effettivamente ad essa unito,
affettivamente stralciato da essa. Possibile la riappacificazione
mediante l’amore sacrificale che attingiamo dal
visuato Paterno pronto a rispondere a queste richieste:
1) Cosa mi vuoi dire
2) Cosa mi vuoi fare
Quanto mi vieni a costare: il suo costo è dato dal dolore
fisico e dal dolore morale. Ognuno il dolore morale se lo
prepara, vivendo la sua egoisticità comunionale: la meitaria,
l’autoritaria, la paritaria. A ogni colpo subìto la comunione
ci dà dolore morale, dolore beneficale:
1) Mi dà la misura esatta del grado di comunione egoisticale
realizzata.
2) Mi guida al dolore pneumatico presente.
3) Mi dà una pallida idea del possibile eternale, straziante
dolore pneumatico futuro.
Il passaggio al quarto beneficio.
Il dolore fisico mi è stato assegnato dal Padre alla mia vita
sacrificale, mentre il dolore me lo procuro io facendo
comunione egoisticale con me, sugli altri e con gli altri.
Qualsiasi comunione creaturale è frangibile; al compiersi
della sua frantumazione eccolo prontissimo lo scoppio del
dolore morale. Che ne possiamo fare? Eccone il buon
impiego possibile alla persona coagente con lo Pneuma.
1) Il dolore morale mi guida al dolore pneumatico.
2) Il dolore pneumatico mi rende solubile la morte dell’amore
che mi sono dato in comunione egoisticale.
3) Col dolore morale bene accettato e vissuto mi sciolgo
realmente la morte che mi sono dato all’amore.
Il dolore morale congiuntamente a quello fisico formano
quel sacerdozio personale che ci assolve dalla morte dell’amore.
I termini risultano sostanzialmente mutati.
Ritenuto il peccato come una colpa e pena da espiare, si
può parlare di penitenza, di castigo e di espiazione. Ma il
visuato Paterno ci ha dato l’esatta realtà del peccato: è il
male che mi faccio all’amore Paterno; e il male è la morte
viva dell’amore. Se fosse morte morta parlerei di cancellazione,
di eliminazione; ma la morte dell’amore è viva: è
la morte dello spirito di amore Paterno che non muore.
L’unica azione da farsi sulla morte viva dell’amore è lo
scioglimento della morte. Data la densità di quella morte
occorre un solvente. Lo impiego per sciogliere la densità
della vernice: per questa adopero l’acqua ragia.
Il dolore morale è un sicuro, meraviglioso e pur graduale
solvente della morte dell’amore. Piano piano la morte si
scioglie ed eccola trasformata in vita dell’amore: metamorfosi
comunionale: da comunione di morte a comunione
di vita. Miracolo grandioso possibile a coloro che trattano
il dolore morale con devoto, silenzioso amore sacrificale:
sarà l’oggetto della quarta richiesta.
Non lasciatevi sfuggire la funzione del Purgatorio del
dolore morale. Meglio di qua o di là? Meglio di qua. Di là
sarà durissimo. Differenza fra inferno e purgatorio?
Nessuna in rapporto al dolore pneumatico; una sola in rapporto
al futuro. Inferno: dolore eternamente fisso.
Purgatorio: dolore animato dalla speranza della assoluzione.
Altro è assolvermi, altro è essere assolto. Io mi assolvo
col dolore morale.
Dolore disperato: Inferno.
Dolore speranzoso: Purgatorio.

344

Decimo dono: dirmi il sacrificale da fare.
Venga il mio sacrificale fisico.
Terza richiesta: il suo costo: dolore morale. Inciso: il
pianto di Gesù. Dolore fisico e pianto cui accede il dolore
morale. Dolore morale e pianto. La comunione divina
è tutta spirituale e può rimandare nel sensibile (santi per
il peccato). Che pianto è stato quello di Gesù?
a) A priori: non egoisticale.
b) A posteriori: Gesù ama Lazzaro: sorelle, evangelista,
Gesù, Giudei.
Che amore è il suo?

Pneumatica magia quella del visuato Paterno, che tocca il
vecchio fideato e tutto lo rinnova. Tocca la preghiera del
dire egoisticale, ed ecco uscir fuori la preghiera del fare
sacrificale. Ci si accosta pregandolo. Quando pregate, voi
dite: Padre nostro che sei nei cieli. Preghiera sacrificale da
dire e da fare. Bene appellato e collocato. Bene augurato e
perorato: venga il tuo Regno sacrificale: temporale e eternale.
Col tuo il nostro: il cosmico, il bellico, l’inimicale, il
fisico: venga il nostro sacrificale fisico. Deriva dalla
forma potenziale della vita. Effettivamente ad essa unito,
affettivamente stralciato da essa. Possibile la riappacifica-
zione mediante l’amore sacrificale che attingiamo dal
visuato Paterno pronto a rispondere a queste richieste:
1) Cosa mi vuoi dire
2) Cosa mi vuoi fare
3) Quanto mi vieni a costare: dolore fisico e morale sono
il suo costo.
Il morale me lo preparo con la mia egoisticità che fa
comunione con me stesso, sugli altri, con gli altri.
La comunione colpita e infranta mi dà il dolore morale e
il pianto. Ambedue egoisticali, ma anche ambedue sommamente
beneficali, per chi ha appreso l’arte del buon
impiego. Spontaneamente anche se dopo mi è giunta la
sfida, c’era già programmata una sosta sul pianto di Gesù.
È il momento adesso. Che pianto è stato quello di Gesù?
Dolore e pianto sono sempre congiunti.
1) Talora il pianto si accompagna al dolore fisico, cui
accede sempre il dolore morale per il male che mi fa
alla comunione meitaria.
2) Tal’altra il pianto si accompagna al dolore morale.
a) È un dolore spirituale in quanto me lo dà la comunione
egoisticale infranta, per far su la quale io
impiego uno spirito: il Paterno.
b) Esso induce pure il pianto sensibile in quanto a far
comunione entra pure la sensibilità del comunionante
e del comunionato.
c) La comunione divina per ambedue le parti: Dio e la
persona, è totalmente spirituale.
Quando il Padre subisce la morte dell’amore ne ha sicuramente
dolore pneumatico e ne ha anche pianto sensibile?
Sicuramente no, perché non ha sensibilità fisica. Però noi
sappiamo che un cristiano per bene facendosi male
all’amore ne ha dolore pneumatico così forte e intenso da
riversarsi anche nella sensibilità, inducendone il pianto.
Può darsi che il Figlio con il suo pianto ci abbia ad aprire
alla comprensione del dolore divino. Vediamolo. Che pianto
è stato quello di Gesù? Sicuramente pianto di dolore,
non di gioia. Ma di quale dolore? Forse egoisticale?
1) Possiamo dare una risposta a priori o in partenza: eccola.
In Gesù non c’è amore egoisticale. La comunione
che Lui fa non è egoisticale autoritaria: sugli altri; o
paritaria: con gli altri. Non c’è frantumazione per la
morte di Lazzaro, quindi non c’è e non ci può essere
pianto egoisticale. La comunione che fa Lui è beneficale
in funzione sacrificale. Il discorso sul suo pianto di
dolore sarebbe già chiuso; ma approfondiamo meglio.
2) Ecco la risposta a posteriori o in arrivo. Per fare comunione
occorre l’amore. L’amore c’era. Lo attestano le sorelle
di Lazzaro: ‘Colui che ami è ammalato’. Lo attesta
l’evangelista Giovanni: ‘Gesù voleva bene a Lazzaro’.
Lo afferma Gesù stesso: ‘Lazzaro, il nostro amico,
dorme’. Lo attestano i Giudei, che davanti al pianto di
Gesù esclamano: ‘Guarda come lo amava!’. L’amore di
Gesù verso Lazzaro realmente c’è. Si tratta di stabilire di
che amore si tratta, quindi di quale comunione, di quale
dolore e di quale pianto.

345

Decimo dono: dirmi il sacrificale da fare.
Venga il mio sacrificale fisico.
Terza richiesta: il suo costo: dolore morale.
Inciso: il pianto di Gesù. Di quale amore amava Lazzaro.
Si allontana dalla Giudea per tre mesi.La notizia della morte non sembra toccarlo.
Scherza anzi sulla morte.
Contento per i suoi e prima per sé. Non   piange
subito. Come tratta il pianto altrui. Con Marta dialoga.
Con Maria non una parola. Donde il fremito?

Pneumatica magia quella del visuato Paterno, che tocca il
vecchio fideato e tutto lo rinnova. Tocca la preghiera del
dire egoisticale, ed ecco uscir fuori la preghiera del fare
sacrificale. Ci si accosta pregandolo. Quando pregate, voi
dite: Padre nostro che sei nei cieli. Preghiera sacrificale da
dire e da fare. Bene appellato e collocato. Bene augurato e
perorato: venga il tuo Regno sacrificale: temporale e eternale.
Col tuo il nostro: il cosmico, il bellico, l’inimicale, il
fisico: venga il nostro sacrificale fisico. Deriva dalla
forma potenziale della vita. Effettivamente ad essa unito,
affettivamente stralciato da essa. Possibile la riappacificazione
mediante l’amore sacrificale che attingiamo dal
visuato Paterno pronto a rispondere a queste richieste:
1) Cosa mi vuoi dire
2) Cosa mi vuoi fare
3) Quanto mi vieni a costare: dolore fisico e morale sono
il suo costo.
Il morale me lo preparo con la mia egoisticità che fa comunione
con me stesso, sugli altri, con gli altri. La comunione
colpita e infranta mi dà il dolore morale e il pianto. Ambedue
egoisticali, ma anche ambedue sommamente beneficali, per
chi ha appreso l’arte del buon impiego. A confronto abbiamo
posto il pianto di Gesù: che pianto è stato il suo? Non di
gioia, ma di dolore. Di quale dolore? Una risposta a priori ha
escluso quello egoisticale. Ma noi preferiamo arrivarci esaminando
il suo pianto. Gesù ama veramente Lazzaro: tutti ce
lo hanno detto, Gesù compreso.
Di quale amore lo amava?
Un amore che gli fa amare la morte di Lazzaro.
1) Per non essere sollecitato a impedirla, si allontana da
Betania e quindi dalla Giudea. Si allontana sicuramente
per sfuggire alla lapidazione: non era l’ora e neanche il
modo da Lui voluti. Ma anche per non essere presente alla
morte di Lazzaro. Lo lascia morire tranquillamente. Va
nella regione della Perea e vi passa quasi tre mesi; sicuramente
prima di partire lascia a Betania il suo recapito.
2) In Perea, a marzo, lo raggiunge un cursore con una
notizia allarmante per conto delle sorelle di Lazzaro:
‘Signore, ecco, colui che ami è ammalato’. Un qualcosa
di serio e di grave. Non lo è per Gesù il quale fa passare
la malattia in second’ordine, in quanto l’aveva già
disposta e programmata alla gloria di Dio e del Figlio
suo. Strumentalizzata. Servirà alla sua glorificazione.
Nulla di strano quindi che lasci libero corso alla malattia.
Per due giorni non si muove neppure da quel luogo.
3) La leggerezza con la quale tratta l’imminente morte ha in
sé qualcosa di sconcertante. Sembra che ci voglia giocare
sopra. Quando si muove per la Giudea così scherza
con quella morte: ‘Lazzaro, il nostro amico, dorme; ma
io vado a risvegliarlo’. E i suoi cascano tranquillamente
in trappola: un bel segnale di guarigione. Poi ecco tirar
fuori la macabra notizia: Lazzaro è morto.
Si dice contento per loro di non essere stato là per un fine
che li riguarda; ma prima aveva già manifestato la contentezza
per sé, perché gli sarebbe servita alla glorificazione
sua e del Padre.
A questo punto non attendete le lacrime di dolore egoisticale,
perché non ce ne sono e non ci potevano essere. Lui
non piange, e come tratta il pianto degli altri?
Se lo tratta bene vuol dire che è santo, se lo tratta male
vuol dire che è egoisticale.
*) L’unica che non piange è Marta: è la più libera. Appena
sa dell’arrivo di Gesù, lascia tutti e va di corsa da Lui.
Poiché non piange, può ampiamente dialogare per farsi
credere quale veramente è. Maria non si muove neppure,
perché sta sciogliendosi nel pianto. Deve mandarla a chiamare
Gesù. A Maria che piange Gesù non dice una sola
parola. In quel silenzio il pianto di tutti si fa un diluvio.
Niente da dire; solo una richiesta sbrigativa, mentre internamente
un fremito lo fa tutto turbato: ‘Dove l’avete
posto?’. Un fremito fortissimo al punto che lo scioglie in
lacrime. A questo punto dobbiamo dire: neppure l’ombra
di amore e comunione egoisticali. Niente pianto di contagio.
Dal fremito; e che cosa è stato?

346

Decimo dono: dirmi il sacrificale da fare.
Venga il mio sacrificale fisico. Terza richiesta: il suo
costo: dolore morale.
Inciso: il pianto di Gesù. Gesù strumentalizza e finalizza
la morte: gloria di Dio; fideazione dei suoi e in primo
luogo delle due sorelle. Lo tenta con Marta per via della
Parola. Impenetrabile la durezza egoisticale. Il fremito fa
scoppiare il pianto davanti a Maria.

Pneumatica magia quella del visuato Paterno, che tocca il
vecchio fideato e tutto lo rinnova. Tocca la preghiera del
dire egoisticale, ed ecco uscir fuori la preghiera del fare
sacrificale. Ci si accosta pregandolo.
Quando pregate, voi dite: Padre nostro che sei nei cieli.
Preghiera sacrificale da dire e da fare. Bene appellato e
collocato. Bene augurato e perorato: venga il tuo Regno
sacrificale: temporale e eternale. Col tuo il nostro: il
cosmico, il bellico, l’inimicale, il fisico: venga il nostro
sacrificale fisico. Deriva dalla forma potenziale della vita.
Effettivamente ad essa unito, affettivamente stralciato da
essa. Possibile la riappacificazione mediante l’amore
sacrificale che attingiamo dal visuato Paterno pronto a
rispondere a queste richieste:
1) Cosa mi vuoi dire
2) Cosa mi vuoi fare
3) Quanto mi vieni a costare: dolore fisico e morale sono
il suo costo.
Il morale me lo preparo con la mia egoisticità che fa
comunione con me stesso, sugli altri, con gli altri. La
comunione colpita e infranta mi dà il dolore morale e il
pianto. Ambedue egoisticali, ma anche ambedue sommamente
beneficali, per chi ha appreso l’arte del buon impiego.
Per approvare il nostro, tiriamo dentro anche quello di
Gesù (come noi, così piange anche Lui). Che pianto è
stato il suo? Di dolore. Di quale dolore? Egoisticale?
Esaminiamolo ancora. Ama Lazzaro, ma di un amore tale
che gli fa amare la sua morte. Non accorre per impedirla,
ma la lascia scorrere tranquillamente.
Gesù non è nemico della morte: non la combatte e non la
vince; la sa bene impiegare. È un dono Paterno perché ce ne
serviamo per il bene nostro. Ama la morte di Lazzaro e se
ne serve per un gran bene suo e nostro. Quale? L’ha dunque
finalizzata e l’ha strumentalizzata, come farà con la sua. A
che cosa finalizzata? ‘Questa malattia non è preordinata alla
morte, ma alla gloria di Dio, affinché sia glorificato il Figlio
di Dio per mezzo di essa’. Dunque per far brillare l’identità
del Figlio; per farla accogliere e per appropriarsene. Un processo
che si chiama: fideamento o fideazione. ‘Sono contento
per voi, di non essere stato là, affinché crediate’. Ma
la fideazione si fa sulla Parola. La prima via che Gesù tenta,
con Marta. Lo può fare in assenza del pianto.
Gesù ascolta (ma non l’accetta) il rimprovero alla sua amicizia:
non si trattano così gli amici!. Aveva ragione: Marta
poneva la sua fiducia nella comunione amicale egoisticale,
ma Gesù non la concede ad alcuno.
Dal suo rimprovero viene a galla una sua fede sbagliata:
che Gesù fosse l’ostacolatore e l’oppositore della morte.
Lui non odia, non si oppone, come non fugge davanti alla
sua. Non ha alcun rispetto al pianto egoisticale che suppone
odio alla morte. Non lascia piangere la madre di Naim.
Dunque il pianto era nemico di Gesù, altro che naturale!
Però Marta crede pure che la preghiera di Gesù ha una
grande efficacia: ‘Qualunque cosa...’; ma non la sua risurrezione.
Allora Gesù le propone quello che non crede:
‘Tuo fratello risorgerà’. Oh, alla fine, sì, dice lei; ma non
ora. Ecco la sua identità: Io Sono la Risurrezione presente
e la vita. Io Sono: è un irradiatore: emette raggi risurrezionali
là dove fa giungere i raggi vitali, che emanano unicamente
dal suo amore sacrificale. Risurrezione, vita, amore
sacrificale sono i passaggi obbligatori. Gesù ha oltrepassato
la vita e la morte presente per andare alla vita futura.
Una vita che non conosce più la morte dell’amore; alla
quale si giunge con l’amore sacrificale che trasforma in
vita l’amore e quella materia che cade nella morte. Marta
fa uno sforzo e arriva a crederlo Messia, Figlio di Dio che
viene nel mondo. Non sa a fare cosa. Marta non crede la
vita eterna fornita dalla sacrificalità dell’amore.
Il fremito che scuote Gesù parte con Marta e fa scoppiare
il suo pianto davanti a Maria con la quale non può alcun
tentativo. Anela a farsi accogliere quale è, e ne ha un
impedimento totale. Piange quindi sulla durezza del cuore
di due donne. Durezza egoisticale là piange, qui si scioglie:
non si accoglie la sacrificalità dell’amore.

347

Decimo dono: il sacrificale da fare.
Venga il mio sacrificale fisico.
Terza richiesta: il suo costo: dolore morale. Inciso: il
pianto di Gesù. Finalizzato al fideamento della sua
Chiesa con una operazione eccezionale. Credono agli
occhi ma non al profeticale del segno. La lettera reale
giunge alla dirigenza: per una vita palesemente risuscitata,
una morte ufficialmente decretata.

Pneumatica magia quella del visuato Paterno, che tocca il
vecchio fideato e tutto lo rinnova. Tocca la preghiera del
dire egoisticale, ed ecco uscir fuori la preghiera del fare
sacrificale. Ci si accosta pregandolo. Quando pregate, voi
dite: Padre nostro che sei nei cieli. Preghiera sacrificale da
dire e da fare. Bene appellato e collocato. Bene augurato e
perorato: venga il tuo Regno sacrificale: temporale e eternale.
Col tuo il nostro: il cosmico, il bellico, l’inimicale, il
fisico: venga il nostro sacrificale fisico. Deriva dalla
forma potenziale della vita. Effettivamente ad essa unito,
affettivamente stralciato da essa. Possibile la riappacificazione
mediante l’amore sacrificale che attingiamo dal
visuato Paterno pronto a rispondere a queste richieste:
1) Cosa mi vuoi dire
2) Cosa mi vuoi fare
3) Quanto mi vieni a costare: dolore fisico e morale sono
il suo costo.
Il morale me lo preparo con la mia egoisticità che fa
comunione con me stesso, sugli altri, con gli altri. La
comunione colpita e infranta mi dà il dolore morale e il
pianto. Ambedue egoisticali, ma anche ambedue sommamente
beneficali, per chi ha appreso l’arte del buon impiego.
A quanti mettono mano sul pianto di Gesù vado gridando:
giù le mani! Il suo è totalmente diverso dal nostro.
Ama Lazzaro di un amore che gli fa amare la sua morte;
se ne serve per una finalità ben precisa: per fideare le
sorelle di Lazzaro, per fideare i suoi, per fideare i Giudei
presenti e per disarmare l’odio della sua Chiesa, per
armarlo di fede verso di Lui.
La fideazione per via della parola in Marta non riesce.
Non rimane che precorrere una via: quella del segno. È
una via eccezionale, nella quale si immette solo col consenso
Paterno, che ottiene prontamente: ‘Padre, ti ringrazio
perché mi hai ascoltato. Io sapevo che Tu mi ascolti
sempre, ma ho parlato per la folla che sta attorno, affinché
credano che Tu mi hai mandato’.
Col consenso Paterno Gesù pone tutto il suo potere beneficale.
Raduna tutta la sua potenza nella forza della sua
voce, con la quale scandisce il suo comando: ‘Lazzaro,
vieni fuori!’. L’effetto è immediato. Ecco davanti a tutti:
una vita palesemente risuscitata. Non domandiamoci
adesso se: sorelle, discepoli e Giudei finalmente gli hanno
creduto, perché possiamo dire: credere all’amore beneficale
che scioglie la morte fisica è facile, ma credere
all’amore sacrificale che ci scioglie la morte dell’amore
neppure oggi risulta facile. (Finanche la Chiesa non è riuscita)
Noi scriviamo una lettera verbale e apponiamo alla
busta il giusto indirizzo.
Gesù scrive con quella risurrezione una lettera reale e non
si premura neppure del suo indirizzo. Sa che verrà prontamente
recapitata. Tra i presenti ci sono vari uomini di
casa, ma non di chiesa, pronti a recapitare alla Chiesa dirigente
ebraica una notizia tanto piccante.
Questi, via di corsa a Gerusalemme per riferire il fatto portentoso.
L’orgasmo suscitato non è tale da gettare lo scompiglio.
Con velocità viene convocato il Sinedrio: 71 membri.
Tutti vi prendono la parola.
La preoccupazione è di tutti, ma ognuno ha un suo motivo
emergente. Vox fidei: (scribi) lasciamolo fare, tutti crederanno
in lui! Vox politica: (anziani) Verranno i Romani a
distruggere la nazione! Vox cultuale: (sacerdoti) A distruggere
il nostro luogo santo! Tutte voci egoisticali, neppure
una di ripensamento. L’ultima parola è del presidente: il
Sommo Sacerdote: Caifa.
Con traboccante disprezzo li qualifica tutti come scemi:
‘Voi non capite niente!’: incapaci di fare un semplice
ragionamento. Tutto si salva con la morte di quell’uomo.
In quel giorno, la presidenza ha palesato tutta la sua infernalità.
Ha presieduto l’amore egoisticale che matura in
odio infernale: una Chiesa ladra e assassina.
Quella lettera reale ottiene un gesto che fa inorridire
chiunque. Gesù lo vede nell’atto di muoversi verso il
sepolcro, ne ha un fremito che lo scuote fin nelle profondità;
il dolore pneumatico è di una intensità inesprimibile
a parole. Solo il pianto lo traduce in modo appropriato.
Dolore pneumatico a ridondanza sensibile. Neanche
un’ombra di pianto egoisticale, dunque.